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Parità di genere e leadership: la dispersione del talento femminile nel mercato italiano

di Redazione Corriere Politico
06/03/2026
in Scienze
Parità di genere e leadership: la dispersione del talento femminile nel mercato italiano

L’evoluzione del mercato del lavoro italiano presenta oggi un quadro a due velocità. Se da un lato l’ingresso delle nuove generazioni avviene in un contesto di apparente equilibrio, i dati dell’Economic Graph di LinkedIn rivelano che il divario di genere tende ad accumularsi e ad accentuarsi man mano che si risale la scala gerarchica.

In Italia, le donne rappresentano il 48% della forza lavoro totale, una quota che segnala una crescita costante rispetto al 45% del 2015. Tuttavia, questa prossimità alla parità numerica svanisce nei ruoli di vertice: solo il 31% delle posizioni di top leadership è occupato da donne, dato che scende ulteriormente al 27% se si considerano esclusivamente i ruoli C-Suite.

Il fenomeno, spesso descritto come “tubo che perde” (leaky pipeline), mostra una dispersione sistematica lungo il percorso professionale. In Italia, la rappresentanza femminile passa dal 51% dei livelli entry-level al 36% del primo livello manageriale. Olga Farreras Casado, Career Expert di LinkedIn Italia, sottolinea la natura progressiva di questa disuguaglianza: “il gender gap non nasce all’improvviso, ma si accumula nel tempo. Se guardiamo alle transizioni verso ruoli più senior, in Italia il divario cresce con il numero di anni di esperienza professionale: dal 5% per la Gen Z, al 9% per Millennials e Gen X, fino al 18% per i Baby Boomer”. Le interruzioni di carriera, legate principalmente alla genitorialità, rimangono un fattore determinante: a livello globale, il 34% delle donne indica la cura della famiglia come motivo di pausa lavorativa, a fronte di un esiguo 7% tra gli uomini.
L’Intelligenza Artificiale come nuovo acceleratore di disparità
L’ascesa della GenAI introduce un’ulteriore variabile critica. Secondo l’analisi condotta in collaborazione con il World Economic Forum, esiste un netto squilibrio nell’acquisizione di competenze chiave. In media, gli uomini hanno il doppio delle probabilità di dichiarare skill di AI Engineering rispetto alle donne. In Italia, la quota femminile in questo settore si attesta al 35%, sebbene i dati dedotti dai profili suggeriscano una presenza latente superiore (45%). Il rischio reale risiede nella natura dei ruoli occupati: le donne sono più esposte a mansioni soggette ad automazione (38% contro il 31% degli uomini), mentre i colleghi maschili riescono più frequentemente a transitare verso ruoli “augmented”, dove l’IA potenzia la produttività e favorisce l’upskilling.

Questa dinamica suggerisce che gli uomini stiano trasformando la disruption tecnologica in una leva per accelerare la carriera, mentre le donne rischiano di rimanere in traiettorie professionali più vulnerabili. Per evitare che l’innovazione cristallizzi disuguaglianze preesistenti, diventa strategico allineare la governance dell’IA e i processi di selezione a obiettivi concreti di equità. Non si tratta solo di una questione di rappresentanza, ma di una necessità economica: garantire che il talento femminile acceda ai livelli decisionali è fondamentale per definire strategie tecnologiche inclusive e resilienti.

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