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Home Cultura

“Help 2”: far qualcosa che serva

di Redazione Corriere Politico
10/03/2026
in Cultura

Ascolta la versione audio dell’articoloGli anni Sessanta si erano chiusi portandosi via anche i Beatles, ma John Lennon guardava al nuovo decennio con fiducia: nulla sarebbe stato più come prima. Nemmeno i tempi, spesso interminabili, necessari a pubblicare un disco. Il 27 gennaio 1970 Lennon telefona a George Harrison e lo invita a partecipare alla registrazione di “Instant Karma”: dall’idea iniziale all’arrivo nei negozi passano una decina di giorni. Ci mette cinque la compilation “Help”, pubblicata venticinque anni dopo, ispirata all’urgenza pacifista di Lennon e al grido d’aiuto dei Beatles nel loro brano. Vende 70.000 copie nel primo giorno e devolve 1,2 milioni di sterline a War Child, a sostegno dei bambini colpiti dalla guerra in Bosnia Erzegovina. Il progetto coinvolge molti artisti – dagli Oasis ai Radiohead, da Massive Attack a Sinéad O’Connor – tra cui il supergruppo The Smokin’ Mojo Filters, formato da Paul McCartney, Paul Weller e Noel Gallagher.Una generazione cresciuta nel rumore della guerraQuando “Help” esce il 9 settembre 1995, circa il 10% dei bambini nel mondo è coinvolto in conflitti armati. Trent’anni dopo quella percentuale è quasi raddoppiata: 1 bambino su 5, cioè 520 milioni, più che in qualsiasi altro momento dalla Seconda Guerra Mondiale. Così la musica torna a fare qualcosa di concreto. “Help 2”, con i suoi ventitré brani, raccoglie il lavoro di una settimana di novembre 2025 allo studio Abbey Road con James Ford nei panni di produttore. Il suo ventaglio sonoro è più ampio rispetto alla compilation precedente, concepita in piena era britpop, anche se la presenza degli Oasis con la versione di “Acquiesce” registrata dal vivo a Wembley ne rappresenta l’anello di congiunzione.Loading…Tra momenti improvvisati, vecchie glorie e nuovi nomiL’apertura segna il ritorno degli Arctic Monkeys, che sintetizzano l’evoluzione degli ultimi tre album in un brano notturno, idea futuribile con un Turner in stile Bowie, atmosfera acustica trafitta da chitarre erosive e più melodia rispetto al passato. “Flag” è decisamente la somma dei nomi coinvolti: l’eclettismo malinconico di Damon Albarn, l’inquietudine di Grian Chatten, le metriche di Kae Tempest. Ballate – “Lilac Wine” con Beck e Arooj Aftab, “Nothing I Could Hide” di Arlo Park – si alternano a momenti più sperimentali, come quelli di King Krule, dub (“Helicopters”, Ezra Collective e Greentea Peng) e una “Eleanor Rigby” più imprevedibile inscenata da Cameron Winter in “Warning”, confermando il suo momento di grazia creativa. C’è l’eleganza di Sampha, le Wet Leg in chiave minimale, la voce drammatica di Bat for Lashes, i Pulp sedotti dal garage in “Begging for Change”, i Depeche Mode fedeli a loro stessi nell’elettronica oscura di “Universal Soldier”, cover della cantautrice canadese Buffy Sainte-Marie. Tra collaborazioni, inediti e reinterpretazioni, il disco ha una sua omogeneità, nonostante la trentina di artisti coinvolti e la diversa natura dei brani. Per esempio, i Foals hanno concesso “When the War is Finally Over”, ispirata dalla lettura dei poeti inglesi della guerra – i «Trench Poets», Wilfred Owen e Rupert Brooke – e scritta nel 2019. Cambiano i formati, non l’urgenza: ieri un 45 giri, oggi ventitré brani registrati in una settimana. In mezzo, lo stesso bisogno di fare qualcosa che serva davvero o almeno provarci.

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