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Home Cultura

Alla scoperta del vudu e della memoria storica del Dahomey: un viaggio tra cultura, colonialismo e identità

di Redazione Corriere Politico
13/04/2026
in Cultura

Ascolta la versione audio dell’articoloÈ il 30 settembre 1975 quando, con undici anni di ritardo, Ascanio riceve la risposta di “sua maestà” Dah René Aho Glélé, nipote diretto dell’ultimo re del potente regno del Dahomey. Promettendo di «far comprendere al mondo civilizzato i modi che utilizza la natura per tenere il mondo in equilibrio» e di presentare loro «le possibilità del mondo invisibile» Aho Glélé, che era anche capo vodun, accetta la proposta di Ascanio, che voleva girare un film sul vudu, «una cultura poco conosciuta e molto travisata, ridotta agli zombie e alle bambole con gli spilloni della magia nera», scrive Maria Pace Ottieri nel suo ultimo libro La prima volta che siamo stati bianchi. Una cultura che il regno, tristemente noto per il commercio degli schiavi, aveva diffuso nel mondo insieme alle persone rapite e vendute, specialmente nelle Americhe: in Brasile, nei Caraibi, in Luisiana, dove resiste ancora in una forma diasporica, sincretica, come la santeria cubana, il candomblé brasiliano, il vodou haitiano.Loading…È una storia vera quella che Ottieri racconta magistralmente in un testo che è insieme récit de voyage, reportage giornalistico, racconto antropologico, ma anche racconto di formazione – se per formazione si intende l’apertura dei protagonisti alla conoscenza del mondo, delle diverse culture e degli equilibri storici, sociali ed economici che lo determinano, oltre che di sé stessi. La storia di quando, cinquant’anni fa, si è trovata giovanissima a passare diversi mesi in Africa occidentale, come assistente di un enologo che avrebbe voluto fare l’etnologo, e una piccola troupe di italiani, tanto bravi a saltare sulle occasioni che gli si presentavano, quanto lo erano i loro ospiti.Un’avventura in cui si erano gettati «come chi ruba di notte una barca e si spinge al largo, in un mare buio, sconosciuto e senza meta», il cui svolgimento ha raccontato mezzo secolo dopo, in una lingua leggera, luminosa e nitida, come lo sono i ricordi felici lontani, cambiando solo i nomi dei protagonisti italiani e ricostruendolo a partire dagli appunti, dalle immagini girate e scavando nella sua memoria, oltre che documentandosi sulle cronache di chi si era spinto in quelle terre a partire dal XVIII secolo: esploratori, militari, funzionari coloniali, impiegati delle agenzie commerciali francesi.Un resoconto dunque dal punto di vista degli yovo, i bianchi, come è dichiarato oltre che inevitabile, ma consapevole della distorsione culturale e potremmo dire più in generale intersezionale che questo comporta, e proprio per questo anche un’interessante riflessione sulla possibilità e sulla modalità di comprensione reciproca.

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