Quarant’anni dopo la
notte del 26 aprile 1986, quando l’esplosione del reattore 4
della centrale nucleare di Chernobyl provocò uno dei più gravi
disastri della storia, il ricordo nell’Orvietano passa anche
dalle storie di accoglienza che segnarono la fine degli anni ’80
e i primi ’90. A Castel Viscardo, Allerona Scalo e in altri
paesi del comprensorio, decine di famiglie ospitarono bambini
provenienti dalle aree contaminate di Ucraina e Bielorussia.
“L’obiettivo era farli respirare aria pulita non guarivano, ma
stavano meglio” racconta all’ANSA Marcello Tomassini, allora
amministratore locale e tra i primi ad aprire la porta di casa.
“Dicemmo subito sì – ricorda con l’ANSA – anche se all’inizio
non fu semplice far accettare la cosa. Era un periodo
particolare, anche politicamente”.
Quei bambini arrivavano con poco o nulla, “una borsetta di
nylon, spesso senza conoscere abitudini quotidiane per noi
scontate”, ricorda Tomassini. Aggiungendo con le lacrime agli
occhi: “Quando arrivavano ridevamo tutti, quando ripartivano
piangevamo”.
I soggiorni duravano circa un mese in estate e una
quindicina di giorni nel periodo natalizio. Un’esperienza che
si è ripetuta per anni e che ha coinvolto migliaia di famiglie
di tutta Italia.
Di quella stagione restano testimonianze materiali e
affettive. “Conservo decine di lettere delle famiglie dei
bambini – dice Tomassini -, di ringraziamento per l’ospitalità,
per i regali, per l’affetto ricevuto”. All’ANSA mostra anche
fotografie: immagini dei bambini in Umbria e scatti realizzati
durante visite in Ucraina e Bielorussia, quando una delegazione
locale raggiunse le loro città d’origine. Molti rapporti sono
proseguiti nel tempo. “Con alcuni siamo ancora in contatto –
spiega – oggi sono adulti, qualcuno è in Polonia, altri sono
rimasti nelle loro città”.
A confermare il valore di quei soggiorni sono anche le
testimonianze delle accompagnatrici dell’epoca. “Porto sempre
nel cuore l’accoglienza degli amici italiani”, afferma Giulia
Danilic, oggi docente a Kiev. “Per i nostri bambini è stata
un’opportunità per recuperare la salute e conoscere un mondo
diverso – sottolinea – e per me un’esperienza che ha cambiato la
vita”.
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