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Home Scienze

Taylor Swift prosegue la battaglia del copyright contro l’IA

di Redazione Corriere Politico
29/04/2026
in Scienze
Taylor Swift prosegue la battaglia del copyright contro l’IA

Taylor Swift prosegue la sua battaglia contro l’uso improprio dell’intelligenza artificiale attraverso una strategia legale che punta alla registrazione del marchio. La società TAS Rights Management ha recentemente depositato presso l’ufficio brevetti statunitense la richiesta di protezione per alcune frasi iconiche pronunciate dalla cantante, tra cui il celebre saluto “Hey, it’s Taylor Swift”. La documentazione include campionamenti audio utilizzati per la promozione del suo ultimo lavoro discografico e si estende anche a riferimenti visivi specifici, come l’immagine della musicista con una chitarra rosa e un abito iridescente sul palco.

Il ricorso ai trademark rappresenta un tentativo di colmare le lacune del diritto d’autore tradizionale, che protegge le composizioni musicali ma non la timbrica o l’essenza vocale di un artista. In un panorama dove i deepfake e le imitazioni generate da algoritmi sono sempre più diffusi — celebre il recente caso del clone di Drake che ha scosso il settore — i legali della popstar cercano di stabilire un precedente normativo. L’obiettivo non è solo colpire le riproduzioni identiche, ma anche quelle imitazioni definite “confusamente simili” che potrebbero trarre in inganno il pubblico e danneggiare il valore commerciale dell’immagine dell’artista.Nonostante l’incisività dell’azione, l’efficacia di questa manovra divide gli esperti di proprietà intellettuale. Se da un lato figure come Matthew McConaughey hanno già ottenuto successi simili per espressioni caratteristiche come il suo “Alright, alright, alright”, dall’altro diversi giuristi sottolineano come una frase colloquiale possa difficilmente essere equiparata a un marchio sonoro distintivo alla stregua del ruggito del leone della MGM. Al momento, solo lo stato del Tennessee ha adottato legislazioni specifiche per contrastare i cloni IA, lasciando il resto del mercato in una zona d’ombra dove la registrazione di un marchio federale potrebbe servire più come deterrente preventivo che come arma processuale risolutiva.

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