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Home Cultura

Leila, ‘nel buio dell’Afghanistan mi aggrappo alla scrittura’

di Redazione Corriere Politico
03/05/2026
in Cultura
Leila, ‘nel buio dell’Afghanistan mi aggrappo alla scrittura’

(di Roberta Celot)
Costretta a scrivere con uno
pseudonimo per non farsi identificare dal regime dei talebani,
racconta il dramma delle donne afghane attraverso Radio Bullets,
il progetto giornalistico creato nel 2015 da Barbara Schiavulli,
giornalista di guerra e scrittrice che ancora oggi lo dirige, e
Alessia Cerantola con il sogno di ritrovare la qualità di un
mestiere in cui indipendenza, competenza, passione e impegno
siano alla base di una professione che dovrebbe essere garanzia
per chi legge.
   
Dalle pagine di Radio Bullets, con il nome di Leila Sarwari –
30 anni, studi all’università di Kabul, poi un master con
l’ambizione mai realizzata di diventare una diplomatica – dà
voce a chi non ce l’ha. Vive in Afghanistan con la sua famiglia,
che mantiene grazie alla collaborazione con la testata digitale
che le consente di esportare il dolore di chi è obbligato a
subire un ‘apartheid di genere’. La sua vita e i suoi sogni,
come per tutte le donne afghane che hanno studiato o lavoravano
o erano socialmente impegnate, si sono infranti il 15 agosto del
2021, quando i talebani hanno preso il potere instaurando un
emirato islamico di stampo fondamentalista, isolandosi dal
contesto internazionale e imponendo una drastica limitazione dei
diritti, in particolare di donne e ragazze. Far sentire la loro
voce è un modo per non dimenticarle.
   
“La vita per una donna in Afghanistan non è solo difficile, è
profondamente dolorosa – racconta Leila all’ANSA -. Molte delle
nostre libertà ci sono state tolte. Le ragazze e le donne non
possono andare a scuola, non possono lavorare. Le nostre scelte,
i nostri movimenti, perfino i nostri sogni sono limitati.
   
Viviamo in una realtà in cui tutto ci viene imposto, e essere
donna spesso significa essere messe a tacere”.
   
“In questa situazione, quando non posso fare molto altro,
scrivere – confessa – è diventata la mia unica forma di
resistenza. Un modo silenzioso per difendere i diritti delle
donne, mentre tante porte restano chiuse. Attraverso la
scrittura cerco di aggrapparmi alla speranza, anche nel buio”.
   
Leila però intravede uno spiraglio di luce: “Credo che un giorno
le donne in Afghanistan riusciranno a rialzarsi da questo
dolore. Riconquisteranno la loro libertà e avranno i diritti che
meritano, perché quei diritti sono sempre stati loro”.
   
Oggi, in occasione della Giornata internazionale della
libertà di stampa, arriva l’annuncio di un riconoscimento al
coraggio dell’informazione che Barbara Schiavulli ha voluto
condividere con Leila: il Premio Pimentel Fonseca che viene
conferito durante il Festival internazionale di Giornalismo
civile ‘Imbavagliati’, dall’11 al 13 maggio prossimo a Napoli,
ideato e diretto da Désirée Klain. Un premio dedicato a
giornaliste e attiviste che si distinguono per la difesa dei
diritti umani e la denuncia sociale, intitolato alla ‘martire’
giacobina della Repubblica Napoletana impiccata nel 1799. Leila
non potrà essere nella città partenopea, troppo rischioso, ma si
collegherà in video: solo una voce senza volto, coperto dal
velo.
   

Riproduzione riservata © Copyright ANSA

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