(di Mauretta Capuano)
È “una vittoria della libertà di
espressione”, dice all’ANSA l’artista Belu-Simion Fainaru,
scelto per rappresentare Israele, parlando della sua presenza
alla Biennale d’Arte di Venezia dopo le proteste per la
partecipazione di Tel Aviv e l’accusa di boicottaggio alla
Giuria Internazionale – per aver escluso Russia e Israele dai
premi – che alla fine si è dimessa.
“Credo che quelli che ritenevano che il boicottaggio e
l’esclusione di artisti e persone a causa del loro passaporto o
della loro nazionalità fosse la strada giusta abbiano perso, se
vogliamo parlare di vittorie. E penso che noi, come società,
abbiamo guadagnato. Non io personalmente, ma la nostra società”,
incalza Fainaru, vestito tutto di nero al Padiglione israeliano
– nel giorno di pre apertura per i giornalisti e gli addetti ai
lavori – alle Corderie della Biennale con l’opera ‘Rose of
Nothingness, un’installazione in cui l’acqua si trasforma in una
riserva di memoria.
“Ogni artista o essere umano ha il diritto di esprimere
liberamente le proprie convinzioni e di mostrare la propria
arte. Se qualcuno crede che il boicottaggio o l’esclusione siano
il modo in cui dovremmo vivere in questo mondo, forse ha ora la
possibilità di capire che è una strada sbagliata e che quella
giusta alla fine vincerà sempre”, afferma l’artista, nato a
Bucarest nel 1959 ed emigrato in Israele nel 1973, fondatore
della Biennale del Mediterraneo di Haifa, che aveva protestato
con una diffida formale per la sua esclusione alla
partecipazione dei premi assegnati dalla Giuria Internazionale
ed ora è rientrato, insieme alla Russia, in gara per il nuovo
riconoscimento dei Leoni dei Visitatori.
“Le proteste non si fermano, adesso riguardano anche la
mancanza di spazio ai dissidenti russi. L’Unione Europea
continua a condannare. Penso che sia giusto protestare, ma non
credo che una mostra d’arte, soprattutto internazionale, sia
fatta per dare spazio alle proteste. Le contestazioni si fanno
per strada. Le rivoluzioni avvengono sempre nelle strade, la
Biennale invece è un luogo per l’umanità, forse il più antico
nell’arte contemporanea, dove persone e artisti possono
condividere il loro lavoro insieme. Anche provenendo da paesi
che non si accettano tra loro, come Iran, Israele e altri.
Dovrebbe essere un luogo in cui possiamo sentirci al sicuro nel
mostrare la nostra arte”, sostiene.
Fainaru è convinto anche che “chi vuole protestare non
dovrebbe dare per scontato di poter usare l’arte, manipolarla,
trasformare le mostre in arene politiche. Esistono le Nazioni
Unite, ci sono gli uffici dell’Unione Europea a Bruxelles. Ci
sono luoghi per esprimere proteste contro discriminazioni e
violenze. Non voglio che si rovini l’arte internazionale, la
Biennale di Venezia, ma quello che sta accadendo ora sta invece
distruggendo questo luogo, che è uno spazio di pace e
comprensione tra di noi, tra culture diverse. Qui possono stare
insieme ebrei, musulmani, buddisti e chiunque altro. Dico
‘basta’”, afferma Fainaru in italiano.
Nella sua installazione l’acqua gocciola in una vasca
rettangolare con ritmo costante che rievoca il respiro e la
sospensione, radicandosi nel pensiero mistico ebraico della
Cabala. Il titolo Rose of Nothingness, che propone anche una
rosa nera in un congelatore, porta in una dimensione in cui
passato, presente e futuro convergono.
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