“La prima cosa che ho pensato
durante l’ascolto dell’intervista è che la verità fa male,
perché non è sempre ciò che noi vorremmo. Personalmente, ho
ricevuto dure conferme dalle parole di Roberto, che ero una
testimone e detto da lui che i testimoni li uccideva, che sono
una sopravvissuta”. Lo dice all’ANSA Eva Mikula, commentando
l’intervista andata in onda ieri sera a ‘Belve Crime’ a Roberto
Savi, uno dei capi della banda della Uno bianca.
Mikula all’epoca della cattura 19enne, era la compagna di
Fabio Savi, l’altro leader, l’unico non poliziotto, del gruppo
criminale che tra il 1987 e il 1994 uccise 23 persone e ne ferì
114, tra rapine a mano armata e azioni di violenza gratuita.
Quando Fabio Savi fu arrestato, lei era con lui. E’ stata poi
assolta da tutte le accuse. In interviste successive ha detto
che la banda è stata presa grazie a lei.
Versione in qualche modo confermata ieri sera da Roberto
Savi, che ha contrastato quella ufficiale, cioè di un’intuizione
dei poliziotti riminesi Luciano Baglioni e Pietro Costanza. “La
verità – ha detto Roberto – è che mio fratello è stato più fesso
di quello che sembra. Ha raccontato tutto a Eva Mikula. Parlava
troppo, e l’ha trasformata in una testimone”.
“Giunti a questo punto, il dottor Paci (il pm riminese che
coordinò le indagini, ndr), Baglioni e Costanza dovrebbero
riconoscere i propri errori, come tutte le persone che hanno
fatto un giuramento per lo Stato, perché essere eroi sul
sacrificio altrui e nascondersi dietro un profilo di perbenismo,
non apre la porta del paradiso”.
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