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Home Cultura

Il cammino (e i meriti) della Repubblica

di Redazione Corriere Politico
01/06/2026
in Cultura

Ascolta la versione audio dell’articoloDiciamo la verità, la storia della Repubblica non la leggiamo tutta con lo stesso occhio. Alla ammirata benevolenza con cui ne guardiamo l’inizio fa da contraltare il giudizio nell’insieme più negativo che positivo su quel che è seguito. Davanti al 2 giugno 1946 siamo tutti o quasi tutti convinti che quello sia stato un momento felice per noi: il voto sovrano di tutti gli italiani, e delle italiane per la prima volta, che scelse la Repubblica ed elesse un’Assemblea Costituente, e poi la stessa Assemblea che seppe far prevalere sulle diversità pur profonde fra i suoi componenti l’intento di dotare l’Italia di una Costituzione che fosse di tutti e che di tutti è stata nei decenni successivi. È vero, verissimo. Ma davvero il passato della Repubblica che merita ricordare è tutto qui, magari con la sola aggiunta dei suoi primi anni, non meno lodati per la ricostruzione, l’Autostrada del Sole, la Cassa del Mezzogiorno, quanto meno quella degli anni iniziali? È proprio vero quello che usualmente leggiamo sul dopo, un dopo più di vizi che di virtù, di occasioni perse più che sfruttate, di classi dirigenti più carenti, se non corrotte, che capaci? Eppure è proprio questo il giudizio ricorrente sugli anni 60 come anni delle riforme annacquate del centro-sinistra, sugli anni 70 come anni di piombo, sugli anni 80 come anni dominati da null’altro che dalla malattia e dal crollo dei vecchi partiti, sulla democrazia radicalizzata e fragile come connotato degli ultimi decenni.Intendiamoci, non sono giudizi infondati questi, sono anzi nutriti da sicuri elementi di verità. Ma sono unilaterali e, da soli, ci impediscono di cogliere quanto è venuto accadendo al nuovo edificio costruito ottant’anni fa. Insomma, mettendo insieme il giudizio positivo sull’inizio e quello negativo sul seguito, è come se i padri fondatori avessero consegnato ai successori una macchina perfettamente funzionate e i successori, con le loro carenze e i loro vizi, ne avessero inquinato il funzionamento. Ebbene, non è così. I padri fondatori fecero un eccellente lavoro, ma la democrazia italiana si trovò davanti nel Dopoguerra una società nella quale erano ancora molti i nostalgici del fascismo e c’erano, dall’altra parte, sinistre attratte dalla “fuoriuscita” verso un regime modellato su Mosca. Il cammino per radicarla, dunque, si presentava lungo e tortuoso. Fu merito di De Gasperi da una parte e di Togliatti dall’altra spostare le aree sociali che li ascoltavano verso l’accettazione dei principi democratici e del dialogo che ne seguiva. Ma non fu un’operazione istantanea, rimasero ostilità e diffidenze. Rimasero segmenti di destra, economica prima ancora che politica, timorosi di ogni allargamento a sinistra della maggioranza di governo. Rimasero a sinistra gruppi estremisti, pronti a mettersi in moto in nome della rivoluzione sempre più tradita dal Pci.Loading…Ed ecco, a partire dal 1964 (vi ricordate il piano Solo?) i tentativi di eversione e le stragi pilotate che iniziarono con Piazza Fontana. Ecco, dall’altra parte, i delitti delle Brigate Rosse, culminati con l’uccisione di Aldo Moro, autentico protagonista, in tutti i suoi svolgimenti, dell’irrobustimento della nostra democrazia, allargandone la base sociale. Fu lui, nel 1964, a convincere il presidente della Repubblica Antonio Segni che, nonostante il piano Solo, il governo con i socialisti doveva continuare. Come fu lui, anni dopo, a promuovere la fine per il Pci della conventio ad excludendum.Domandiamoci allora dove e perché si fanno, e si ripetono, tentativi di eversione come quelli che subimmo noi in Italia in quegli anni. Li si fa dove gli esistenti regimi democratici sono ritenuti tanto deboli da crollare sotto gli scossoni delle stragi e delle bombe, grazie al panico che ciò può generare rendendo accette svolte autoritarie. Qualche volta è accaduto e qualcuno pensò allora che la nostra democrazia fosse esattamente in tale condizione e potesse cadere sotto i colpi che le vennero inferti. Ma non fu così. Essa non solo resistette e non ebbe bisogno per farlo di ricorrere a leggi speciali, come di solito notiamo. No, fece di più – e questo lo notiamo assai meno – perché si rivelò in grado, prima di rassodare sé stessa, poi di rispondere alle domande di modernizzazione che contemporaneamente venivano dalla società, producendo sequenze di riforme civili e sociali fra le più nutrite della nostra storia.Il centro-sinistra di Moro e di Nenni che governò l’Italia fra il 1964 e il 1968 fece riforme più annacquate di quanto promesso? Può essere, ma il merito che storicamente gli va riconosciuto è stato proprio quello di consolidare una democrazia debole, di darle la forza di resistere ai colpi, di darle la capacità, nel decennio successivo di varare lo statuto dei lavoratori, l’istituzione delle Regioni, il nuovo diritto di famiglia, il divorzio, l’interruzione della gravidanza, il nuovo ordinamento penitenziario, l’abolizione dei manicomi, il servizio sanitario nazionale. Tutti frutti degli anni che chiamiamo anni di piombo. Tutti pilastri dell’Italia in cui stiamo vivendo. Tutti espressione di una democrazia che non dobbiamo soltanto a chi l’ha costruita, ma anche a chi ha contribuito a consolidarla, compresi i cittadini che le hanno dato sostegno e fiducia, nonostante talvolta i suoi protagonisti.

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