Ascolta la versione audio dell’articolo“O Vivïana May de Penuele/ gelida virgo prerafaelita,/ o voi che compariste un dì, vestita/ di fino argento, a Dante Gabriele, / tenendo un giglio ne le ceree dita”. Così cantava Gabriele D’Annunzio in Isaotta Guttadauro (1886), nella prima quartina della magnifica Viviana. Il libro era il manifesto di quella stagione, nella magnifica veste orchestrata da Vincenzo Cabianca, Giuseppe Cellini, Mario De Maria, autore di magnifiche tavole piene di dame misteriose e terribili (come la cupa L’alunna, con una luna-teschio. che volle segnalarsi al mondo come Marius Pictor, lasciando testimonianza di sé in forma di architettura nella magnifica casa dei Tre Oci a Venezia. L’ideale femminile dell’epoca simbolista in Italia era definito con poche parole, disegnando con esattezza una genealogia culturale.Il Simbolismo in ItaliaFeltrinelli Gramma ha da poco riproposto uno studio importante di Giancarlo Marmori su questa stagione, Le vergini funeste, che molto indaga sulle iconografie europee, a distanza di molti anni dalla prima edizione apparsa presso Sugar nel 1966. Una notevole mostra alla Fondazione Magnani Rocca a Mamiano di Traversetolo (Parma) analizza con precisione Il simbolismo in Italia. Origini e sviluppi di una nuova estetica. L’esposizione, a cura di Francesco Parisi e Stefano Roffi, è accompagnata da un catalogo edito da Dario Cimorelli Editore (pp. 360, € 30). I percorsi affrontati portano in primo luogo all’incrocio tra le arti che è caratteristica principale di quella stagione. D’Annunzio apre le danze, con il notevole busto di Paul Troubezkoy, conservato al Vittoriale. Immagini di cupe magie (come il bel The Wizard di Edward Burne Jones), vanno di pari passo al recupero della Rinascenza, ben dimostrato dalla Testa di giovane di Giulio Aristide Sartorio, ispirata a Antonello da Messina. Sartorio crea il magnifico frontespizio de L’innocente (1892), mentre quello di Nel sogno (1893), è opera di Giovanni Segantini. Insomma siamo in pieno in quella che Vittorio Pica, ideologo di questa stagione, definì Arte aristocratica, in una celebre conferenza tenuta a Napoli nel 1892. L’eredità classica propone figure della mitologia che prendono vita nella concretezza dei corpi e dei colori. Un filo rosso è dedicato a Saffo, popolarissima in Europa dopo la rivisitazione decadente di Alphonse Daudet (1884). Colpiscono specialmente i momenti orgiastici, come la splendida Baccante, scultura assai provocante di Ettore Ximenes e la splendente A Babilonia (Semiramide) del tortonese Cesare Saccaggi, scelta come immagine simbolo della mostra. La regina, vestita in bianco, con in testa un elaborato copricapo gode della brezza della sera, con a fianco un leopardo. Come Alcyone aveva dichiarato in modo categorico, il mito antico era portatore di un eros scatenato, che superava convenzioni e modi quotidiani. Arnold Böcklin dipinge Pan tra i bambini in girotondo, Mario De Maria Il meriggio di un fauno, Eduardo Dalbono colloca i fauni in una dimensione geografica nel suo Sulla via di Taranto. La magia del dio dei boschi è centrale in alcuni notevoli lavori böckliniani di Ettore Tito, come Contadino con capre o Il ratto. In una tela di Aroldo Bonzagni, assai accesa per forme e gamma cromatica, Il toro sacro, una fanciulla nuda dai lunghi capelli è in presa ad un’estasi mentre carezza la testa dell’animale. Non si contano anche le creature femminili bellissime e spesso nefaste, come il repertorio di sirene, che passano dal magnifico Abisso verde di Giulio Cesare Sartorio (alla Pinacoteca Ricci Oddi di Piacenza), La piovra, sempre di Saccaggi, e Ninfea di Cesare Laurenti o le numerose Meduse, inclusa quella inquietante in gesso, opera di Arnold Böcklin e Peter Bruckmann. In evidenza anche le cupe tavole di Alberto Martini, a lungo alla corte della Marchesa Casati Stampa, che dipinse con molti costumi diversi. Abbondano le signore delle acque, come Le ondine di Ettore Tito, Le figlie del Reno wagneriane di Glauco Cambon. Un repertorio di immagini splendenti del mito come uscita dal quotidiano, quindi, che affermava il progresso industriale come scopo unico dell’esistenza. La mostra chiude il racconto nel 1915, perché con lo scoppio del conflitto mondiale, pur rimanendo vive alcune risonanze (come quelle nelle opere di Raoul Dal Molin Ferenzona, fedele per tutta la vita al suo immaginario simbolista, un artista studiato da Emanuele Bardazzi), cambiò decisamente l’immaginario di riferimento e divampò la clamorosa e complessa stagione del moderno.Loading…


