(di Alessandra Baldini)
Oltre 300 parole in meno ogni
anno: questa la media, secondo un recente studio sulla rivista
Perspectives on Psychological Science, del progressivo
impoverimento della comunicazione globale in voce, secondo cui,
sulla base di una campionatura di oltre 2000 persone, dal 2005
al 2019 e sparito il 28% delle parole pronunciate.
La perdita riflette un divario generazionale, affermano gli
studiosi guidati dalla psicologa all’University of Missouri
Valeria Pfeifer: contro 338 parole in meno nella media generale,
gli ‘under 25’ nell’arco degli stessi 14 anni sono andati
‘sotto’ in media di 451 annualmente. Ed ecco dunque il senso del
titolo dello studio: Sliding into silence, scivolare nel
silenzio.
A prima vista è una perdita piccola e insignificante: 338
parole in meno corrispondono a due o tre minuti in meno di
conversazione. I dati permettono di quantificare le
conversazioni scomparse, ma lasciano senza risposta molte
domande. Erano con amici, familiari o sconosciuti? Sono
diminuite allo stesso modo per tutti oppure soltanto per alcuni?
E, questione ancora più importante, come quantificare il costo
individuale e sociale della perdita delle conversazioni parlate?
I dati hanno analizzato registrazioni audio ambientali
raccolte in modo passivo durante la vita quotidiana di 2197
partecipanti di età compresa tra i 10 e i 94 anni negli Usa,
Europa, Messico e Australia che avevano partecipato a 22 studi
diversi nell’arco dei 14 anni. Dopo aver verificato che il calo
non fosse attribuibile a un errore matematico, gli autori hanno
deciso di testare l’ipotesi che, nel corso del tempo, nel mondo
si sia effettivamente cominciato a parlare di meno.
Per anni, le conseguenze di questo arretramento sono state
discusse soprattutto in termini sociali: solitudine,
polarizzazione, comunità che si sfaldano, amicizie sempre più
rare. Robert Putnam, politologo di Harvard che nel 2000 con il
libro Bowling Alone raccontò il crollo della partecipazione
civica negli Stati Uniti, considera il declino delle
conversazioni e delle interazioni verbali come parte di un
fenomeno più ampio e di lunga durata: il progressivo
allontanamento degli americani dalla vita e dai rapporti faccia
a faccia. Ma se la conversazione vocale non è semplicemente un
mezzo per trasmettere informazioni — se è anche un’attività che
richiede un impegno cognitivo — allora la sua progressiva
scomparsa solleva interrogativi di natura diversa.
Il periodo della raccolta dei dati coincide con l’ascesa
della comunicazione digitale. Al momento non è chiaro agli
autori dello studio se le conversazioni digitali abbiano
contribuito alla diminuzione delle parole pronunciate e se
possano compensarne la perdita: “Come psicologi sosterremmo che
le conversazioni parlate, quelle che avvengono ‘dal vivo’,
coinvolgono processi sociali e cognitivi differenti rispetto
alle conversazioni scritte e possono produrre benefici per il
benessere che le app e i social media difficilmente riescono a
sostituire”.
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