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TXT festival di teatro che mostra i problemi di una generazione under 35

di Redazione Corriere Politico
04/10/2026
in Cultura
TXT festival di teatro che mostra i problemi di una generazione under 35

(di Paolo Petroni)
TXT è il formato di un file di
testo ed è per questo che è stato scelto come titolo del primo
Festival dedicato al teatro dei giovani da Pier Lorenzo Pisano,
direttore artistico junior under 35 del Teatro di Napoli, lo
stabile diretto da Roberto Andò, il quale vede nel programma di
questi quattro giorni, dal 2 al 5 ottobre, ”un coinvolgimento
di una generazione che vuole disfarsi dei padri e reclama uno
spazio da cui far capire cosa resta nel tempo del rumore, della
sopraffazione, del futuro incerto”.
   
Testimone e maestro dello spaesamento contemporaneo e della
destrutturazione dell’io, dell’identità indistinta con i suoi
modernissimi testi è ospite della manifestazione Martin Crimp,
il settantenne drammaturgo inglese, che parla della sua
scrittura, del suo teatro che lo ha reso celebre nel mondo, e
poi segue gli spettacoli in programma di questi giovani con
partecipazione entusiasmo, e oggi al Mercadante leggerà lui
stesso il suo racconto The Writer in cui esplora le tensioni
nascoste dietro la creazione artistica e il rapporto di questa
col fallimento, il desiderio di riconoscimento e il timore
dell’insignificanza.
   
Il testo innanzitutto allora, il piacere barthesiano del
testo sapendo che ciò che si scrivere prenderà poi corpo e
diventa azione: ”I segni che tracciamo, che siano dialoghi,
performance, una sequenza di scene – spiega Pisano – sono
matrici. E’ la matrice quindi a legare gli spettacoli del
Festival, intesa come rapporto col passato, ma pure con le
nostre radici, anche quelle biologiche, famigliari, e quelle
delle parole capaci di generare mondi che resistono a chi le ha
scritte”. Ecco allora che in quel che si vede c’è l’ombra dei
classici, la presenza di un passato, ma assieme un tentativo di
scardinarlo dalla sua tradizione per coinvolgerlo nel mondo
attuale, per schernirlo come per prenderne le distanze o invece
prenderlo più sul serio, inscenando per esempio le proprie paure
in un periodo in cui tutto, il domani appare segnato da morte,
sangue, guerra, spesso esibendosi, esplorando un’identità, che
invece in altri lavori si mostra come incerta, persa, senza
futuro. Un percorso quindi in questi appuntamenti, in fondo una
non facile ricerca d’ un senso perduto.
   
Esemplare in questo senso il ripescaggio della Medeamaterial
di Heiner Muller del 1982in cui Medea rappresenta la donna
barbara (oggi diremmo extracomunitaria) conquistata, sfruttata e
poi scartata dalla civiltà dell’occidente e il suo rifiuto alla
sottomissione è personale ma anche ribellione alla storia, a
possessività, progresso e violenza di questo mondo, cui risponde
con una violenza parificatrice: per l’uccisione di suo fratello,
l’uccisione dei figli suoi certo, ma di Giasone che la ripudia
per farsi re. Il tutto scritto e detto in una lingua
paratattica, essenziale, diretta, in cui il mito si lega a un
mondo odierno di sangue, morti, guerre, sopraffazioni su cui ha
lavorato anche la regia di Federica Amatuccio e la ricerca
drammaturgica di un gruppo di autori (Giannesi, Galli, Boscato).
   
Eugenia Galli e Emiliano Albor, Medea e Giasone, in una sfida di
memoria e interpretazione forte, da strillare come un dolore e
una denuncia, sono su un palcoscenico nudo, popolato da una
selva di microfoni, e sono capaci di battute come: ”dovrei
parlare di me, ma di che si parla se si parla di me?” sostenute
da un’ossessiva musica continua e martellante che talvolta rende
difficile capire le parole, col presente che sopraffà il testo.
   
Tutto ciò vale anche per Oedipus Rex di Sophia Antoniou in cui
tutto è ridotto a un solo interprete, Haris
Charalambous-Kazepis, narratore errante smarrito dalla
confusione contemporanea alla ricerca drammatica d’una qualche
verità.
   
A contrasto ci sono i franco belgi del Collettivo Greta Koez
con Le Jarden di Thomas Dubot autore con gli interpreti e
regista di un testo paradossale, divertente ma certo che va un
po’ per le lunghe e pare avere le radici nella pochade
rivisitata con eversività goliardica, giocando su una ragazza
incinta che gioca a farsi passare per Maria vergine, con
fratelli che cercano di capire chi sono, il loro ruolo e
l’assecondano non prendendola sul serio, in una serie di gag di
bella invenzione (la croce con l’asse orizzontale per misurare
la crescita del figlio sino a 33 anni) e altre di poca
consistenza, tutto in una grande frenesia, con un motorino in
scena e una festa in cui è coinvolto il pubblico, tra urla,
fischi e scoppi, volar di coriandoli e scintille luminose, che
alla fine applaude entusiasta.
   
C’è poi How to Lern to Drive di Paula Vogel e regia della
serba Tara Manic che ha fatto pensare a una Lolita in chiave
femminile che indaga fascino e pericoli di manipolazioni in
rapporti ambigui, di ricerca di identità di una giovane, stretta
tra affetto, fiducia, autorità, violazione dei confini
personali, coinvolgendo il pubblico anche sul tema del perdono.
   
Oppure la garbata esibizione dell’io di Andrea Dante Benazzo in
11:45, in cui da conduttore-protagonista cerca di fare i conti
con una storia personale, mettendo in pubblico e rendendo vive,
parole del padre, anche con l’aiuto del pubblico riunito attorno
a un tavolo, cui passa testi da leggere. Padre che è morto
suicida lasciando alcuni racconti, compreso Buio, letto a luci
spente, in cui narrava la sua morte e il suo funerale.
   

Riproduzione riservata © Copyright ANSA

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