“La premier Giorgia Meloni ha
indicato che l’obiettivo del 3% sarebbe stato centrato se non
fosse stato per i miliardi spesi per il Superbonus 110%. Ha
ragione? Sì, anche se la storia richiede alcuni chiarimenti”. E’
quanto si legge in una pubblicazione a firma di Carlo Cottarelli
e Lucio Pench sull’Osservatorio Cpi, a proposito della mancata
uscita dell’Italia dalla Procedura di deficit eccessivo (Pde).
Occorre ricordare che, comunque – si sottolinea – “il piano di
rientro concordato con l’Ue comportava per il 2025 un deficit
del 3,3%, con un’uscita dalla procedura solo in base ai dati del
2026. Con un deficit al 3,1%, è quindi comunque andata meglio
del previsto”.
Quanto al Superbonus, nella pubblicazione si spiega che “è
stato erogato attraverso crediti d’imposta (ossia la possibilità
di posticipare il pagamento di imposte). Eurostat ha deciso che
questi crediti d’imposta (in quanto cedibili e quindi liquidi)
dovessero essere contabilizzati nel calcolo del deficit
nell’anno in cui le famiglie italiane li acquisivano. In pratica
questo significa che i crediti sono stati contabilizzati, quasi
interamente, negli anni scorsi e non nel 2025. C’è stata però
una piccola ‘coda’ di crediti di imposta che il governo Meloni,
quando decise di por fine al Superbonus e agli altri bonus
edilizi, consentì di mantenere temporaneamente in vita. Questa
cosa ha generato la concessione di crediti d’imposta per circa 5
miliardi (0,2% del Pil) nel 2025, aumentando il deficit
corrispondentemente. Sembra che questi 5 miliardi non fossero
inizialmente stati considerati nella stima del deficit del
ministero dell’Economia e delle Finanze. Questa omissione aveva
portato alla speranza di poter lasciare la Pde già in base ai
dati del 2025”. Inoltre, “un secondo canale attraverso cui il
Superbonus ha appesantito il deficit del 2025 riguarda la spesa
per interessi. L’impatto di cassa (cioè la perdita di gettito
per lo stato) del Superbonus si verifica nel corso degli anni,
quando i crediti sono utilizzati per pagare meno imposte. Parte
dei crediti d’imposta che sono stati acquisiti dopo il 2020 è
stata utilizzata per pagare meno imposte già tra il 2021 e il
2024, causando un aumento del debito pubblico. La cifra esatta
di questo utilizzo non è nota ma è plausibile che sia
nell’ordine di almeno 70-80 miliardi. Un maggior debito di tale
importo ha generato una maggior spesa per interessi nel 2025 di
almeno 2-3 miliardi, ossia circa lo 0,1% del Pil. Senza questa
spesa addizionale, contabilizzata nel 2025, il deficit nella
definizione rilevante per la Pde sarebbe stato sotto il 3%”,
affermano Cottarelli e Pench.
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