(di Alessandra Baldini)
Da James Baldwin a John Le Carré:
i sei libri che hanno formato Barack Obama. Sono stati
annunciati ufficialmente i sei titoli attorno ai quali l’ex
presidente degli Stati Uniti costruirà il nuovo podcast A Great
Book with Barack Obama, prodotto dalla sua casa di produzione
Higher Ground in collaborazione con Audible.
Il podcast debutterà il 24 settembre e avrà sei episodi, uno
per ciascun libro che Obama discuterà con altrettanti ospiti
ancora da annunciare. L’ex presidente non ha presentato i volumi
semplicemente come i “preferiti”, ma come i libri che gli sono
rimasti accanto nel corso della vita e che lo hanno aiutato a
capire chi è e in che cosa crede. Si va da James Baldwin, The
Fire Next Time (1963), due saggi/lettere sulla condizione
afroamericana, il razzismo, la religione e il futuro
dell’America a Toni Morrison, Canzone di Salomone (1977),
romanzo sui temi della famiglia, la memoria afroamericana,
identità e libertà. Robert Penn Warren, Tutti gli Uomini del Re
sul potere politico, la corruzione e i compromessi morali
ispirato alla figura del populista Huey Long vinse un Pulitzer
nel 1947. Marilynne Robinson, Gilead (2004), è una lunga lettera
di un anziano pastore dell’Iowa al figlio, mentre Cavalli
Selvaggi di Cormac McCarthy usa la storia di un giovane che
lascia il Texas per il Messico per raccontare la perdita
dell’innocenza e il tramonto di un’idea dell’America.
Unico non statunitense è John le Carré, La Talpa (1974): solo
in apparenza un’eccezione, la spy story sulla caccia all’agente
sovietico infiltrato nell’MI6 è anche un romanzo profondamente
morale su lealtà, tradimento, istituzioni e ambiguità del
potere.
Meno consigli di lettura, dunque, e più una sorta di
autobiografia intellettuale indiretta basata non su cosa sta
leggendo Obama nel 2026, ma su cosa ha contribuito a formare il
giovane che sarà presidente. Il filo conduttore è netto: sono
tutti libri sull’identità messa alla prova dal potere e dalla
storia. Non la classica lista molto contemporanea ed eclettica,
che Obama pubblica ogni estate e che quest’anno include, tra gli
altri, Kin di Tayari Jones e The Things We Never Say di
Elizabeth Strout, Vigil di George Saunders e Whistler di Ann
Patchet.
Qui l’ex presidente sceglie deliberatamente sei classici
moderni che pongono la stessa domanda da angolazioni diverse:
che cosa resta dell’individuo quando deve fare i conti con le
forze più grandi di lui come razza, famiglia, religione,
politica, nazione, istituzioni? Persino Le Carré, l’unico non
americano, si interroga su un tema che ha toccato Obama: quanto
si può compromettere la propria moralità in nome dello Stato e
di una causa che si ritiene giusta?
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