(di Mauretta Capuano)
“Caro straniero”. Si rivolge a chi ha
perso la propria casa, a chi è costretto a lasciare il proprio
Paese, a chi non può tornare in nessun luogo, ma anche a chi si
sente straniero nel paese in cui è nato, la scrittrice turca Ece
Telmekuran nel suo nuovo libro ‘Stranieri come te’ (Bollati
Boringhieri). Scritto in forma epistolare, il libro racconta gli
esclusi nel nuovo millennio, lo spaesamento in cui viviamo e
mostra come stia prendendo forma una nuova nazione di
stranieri.
“Siamo diventati noi stessi degli estranei all’interno del paese
in cui abitiamo e questo non perché abbiamo perso le nostre
dimore, ma semplicemente perché non ci riconosciamo più nel
posto in cui siamo nati e viviamo. Questo dovrebbe farci
riflettere su quella che io definisco la modalità di
sopravvivenza nella quale stiamo vivendo e renderci più umili”
dice all’ANSA Telmekuran, in questi giorni in Italia, ospite di
Libri Come, la Festa del Libro e della Lettura dedicata alla
parola-manifesto Democrazia.
“Questo pensiero è particolarmente importante oggi nel mondo
occidentale, soprattutto visto l’avvento dell’estrema destra che
punta proprio alla pancia delle persone e sta cercando di
alimentare un razzismo nei confronti degli immigrati” spiega la
scrittrice, giornalista e commentatrice politica turca, seguita
sui social da quasi tre milioni di persone, che vive da dieci
anni a Berlino, non potendo tornare in Turchia a causa delle sue
idee.
Perché ha scelto la forma epistolare? “C’è tantissimo rumore in
giro in cui ognuno cerca di pubblicizzare se stesso e
soprattutto parla solo ed esclusivamente di se stesso. In questo
mondo improvvisamente così rumoroso ho deciso di sussurrare. Le
lettere sono la forma più intima che hai per rivolgerti alle
persone. Volevo attirare l’attenzione di coloro che sono
stranieri senza essere immigrati. Quando ti senti sconfitto,
solo e non sviluppi la consapevolezza di far parte di un’enorme
comunità ci possono essere degli effetti politici devastanti ed
è per questo che io ho voluto scrivere una lettera rivolta ad
ogni singolo straniero o persona che si senta tale, per far
capire che fa parte di una comunità, il mio auspicio era che
queste persone a cui rivolgevo la lettera poi potessero
riconnettersi tra loro. Bisogna ridefinire il concetto di casa
perché penso che questa sia l’unica soluzione per superare la
crisi che stiamo vivendo” sottolinea.
Ma è possibile questa ridefinizione nell’era di Trump e della
rottura di tutte le regole, i diritti, le leggi?
“Trump è un piccolo uomo purtroppo con un sacco di potere, ma
ritengo che oggi ci siano persone ben più forti e soprattutto
ben più preziose di Donald Trump ed è su questo che dovremmo
concentrarci. Se sei profondamente negativo, se sei
profondamente pessimista, se hai perso ogni speranza, faresti
meglio a tacere per evitare di rendere questa realtà ancora più
tetra di quanto già non lo sia. Gli unici che oggi dovrebbero
prendere la parola e farsi sentire sono coloro che cercano in
qualche modo di rianimare una speranza nei confronti
dell’umanità. Quando ho scritto questo libro ho incontrato
numerosi stranieri, tanti rifugiati tra cui uno in particolare,
profugo dalla Siria, che per arrivare in Europa ha dovuto
attraversare il Mediterraneo e mi ha raccontato che di notte non
devi mai guardare le onde attorno a te, perché ti sembreranno
sempre più grandi, più alte, più minacciose di quanto in realtà
non siano. Devi rivolgere il tuo sguardo alle persone che ti
circondano, se vuoi cercare di sopravvivere. Dunque, anche se
abbiamo perso ogni speranza, forse dovremmo rivolgere il nostro
sguardo, non tanto su noi stessi, quanto agli altri” sottolinea.
Nella nota di chiusura la scrittrice ringrazia anche Dirty
Sally, personaggio di una serie tv americana degli anni Settanta
con una vecchietta che viaggia su un carro sgangherato che le fa
da casa e se la cava sempre.
“Dirty Sally ha profondamente formato la mia infanzia un po’
come se fosse stato il mio primo idolo, la persona alla quale mi
sono ispirata. Le avevo dedicato un capitolo, tolto dal libro
perché oggi pochi la ricordano, a parte forse quelli della mia
generazione (si può vedere su Youtube) in cui la utilizzavo come
espediente per riflettere sul concetto di casa. Forse già
all’epoca avevo deciso che non è che sarei fuggita, ma avrei
scelto io di andarmene via. Stando lontana dalla Turchia sono
arrivata alla conclusione che per me un paese è come un tavolo
attorno al quale si riuniscono tanti amici e mi piacerebbe
pensare di essere in grado di portarlo ovunque io vada” afferma
la scrittrice che sarà il 23 marzo a Torino e il 24 a Venezia.
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