(di Francesco Gallo)
Che ne pensa un addetto ai lavori
come Massimo Giuseppetti, docente di Lingua e letteratura greca
a Roma 3, di un film già cult come l’Odissea di Christopher
Nolan, oggetto di attenzioni filologiche e non, da parte di
critici, pubblico e comunque dei molti lettori del poema
omerico?
“A me è piaciuto. Ho trovato molto toccanti alcuni momenti. Per
una persona come me che ha letto Omero per tutta la vita, vedere
quei personaggi in carne e ossa fa impressione. Ho trovato poi
molto bello l’episodio del cane Argo” dice subito lo studioso
raggiunto telefonicamente dall’ANSA.
E aggiunge: “Va fatta una premessa: è difficilissimo individuare
in Omero qualcosa che corrisponda a un periodo storico preciso,
è un amalgama nel quale ci sono cose molto antiche e altre più
recenti”.
Attribuire all’Ulisse di Nolan un turbamento post traumatico
come hanno fatto molti critici è corretto?
“Non è affatto da escludere, ma una delle cose più belle di
questo film è il fatto che ci dà la possibilità di vedere la
notte in cui Troia cadde, qualcosa che non leggiamo mai. Non c’è
infatti nell’Iliade, che finisce prima, e nell’Odissea è invece
appena accennata. Bello il fatto che inizi con la decapitazione
della statua di Atena, cosa che, in qualche modo, rende
possibile la presa di Troia. Nello stesso tempo – continua il
grecista – vediamo Zendaya, cioè Atena, che viene strattonata.
Ho avuto l’impressione che Nolan abbia sovrapposto Cassandra,
che viene stuprata all’altare di Atena, alla dea stessa e alla
sua statua, una cosa che ho trovato di forte impatto. Secondo me
anche questa scelta rafforza l’idea che Ulisse abbia reso
possibili, a Troia, cose immonde che legittimano poi il suo
turbamento e anche il non voler tornare. Ma questo non lo
leggerei come un tradimento della famiglia, ma come il rifiuto
di non poter tornare a essere lo stesso eroe di prima”.
Perché è tanto importante la caduta di Troia?
“In realtà è difficile ricostruire cosa accadde. Posso citare Le
Troiane di Euripide e varie altre opere, però i dettagli sono
tutti molto più tardi rispetto a Omero. La violenza, comunque,
ci fu. Forse l’autore che Nolan ha seguito maggiormente è stato
Virgilio, perché nel secondo libro dell’Eneide parla molto della
presa di Troia che racconta dal punto di vista dei Troiani, non
da quello dei Greci. Una scelta comprensibile, per i Greci la
caduta di Troia rappresentava la fine della stagione mitica e
l’inizio del periodo storico. Per loro questa cosa era molto
chiara. All’inizio del ‘Catalogo delle donne’ di Esiodo –
sottolinea Giuseppetti -, si dice che fino a quel momento gli
Dei e gli uomini condividevano la tavola, mangiavano insieme, si
univano e avevano figli. Dalla caduta di Troia in poi questa
cosa non è più successa. Nolan riprende questa idea, ovvero il
fatto che il mondo finisca con Troia ed è uno spunto antico. È
un momento importante nell’immaginario dell’antichità greca.
Dopo che sono morti gli eroi di Troia, finisce un mondo”.
Da studioso c’è qualcosa che l’ha infastidita vedendo il film
di Nolan?
“Infastidito no, ma mi ha sorpreso non trovare per niente i
Feaci e soprattutto Nausicaa. Ho trovato invece problematico il
fatto che Nolan non faccia di Ulisse un seduttore. Non che
Ulisse lo fosse davvero, però quella è comunque una dimensione
dell’eroe che Nolan ha molto sfumato”.
E cosa pensa del cavallo di legno? “È vero non ha le ruote,
Nolan ha scelto un cavallo rampante. Forse perché rappresenta
meglio l’idea che Ulisse abbia messo in atto uno stratagemma
feroce, inaudito. Probabilmente il cavallo statico non avrebbe
incarnato altrettanto bene il valore tremendo di quello
stratagemma”.
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