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Home Cultura

I festival li fanno i film ma molto più i direttori

di Redazione Corriere Politico
23/02/2026
in Cultura

Ascolta la versione audio dell’articoloMolto altalenante, la 76esima edizione della Berlinale, che, sotto la direzione di Tricia Tuttle, ha presentato bassure inconsuete per un festival che sotto Dieter Kosslick (2002-2019) portava nella capitale tedesca da Martin Scorsese a Hayao Miyazaki. Paul Thomas Anderson aveva scelto la rassegna dell’Orso per il suo Il petroliere nel 2008. Nel 2009 era sbarcato qui il torbido cult psicoanalitico Shutter Island con Leonardo DiCaprio, mentre Wes Anderson aveva aperto il festival nel 2014 con il suo film più amato, The Grand Budapest Hotel. Per l’Italia, i fratelli Taviani avevano vinto con lo strepitoso Cesare deve morire nel 2012, sul mondo carcerario, così Gianfranco Rosi con Fuocoammare nel 2016, sull’immigrazione.La competizione tra Cannes e VeneziaIn Europa a spingere il cinema ci sono Cannes e Venezia. Un tempo c’era anche Berlino. È utile usare il passato, perché, ormai, da qualche anno, la Berlinale non adempie più alla funzione di sorprendere, scoprire, buttare semi, far inorridire e far pensare, come di solito fanno le rassegne di peso. Il problema non è la mancanza dei nomi di rilievo nel programma (a parte qualche spruzzata di stelle nei cast: l’idolo dei giovani Callum Turner, Elle Fanning, Jamie Bell, Amy Adams, Juliette Binoche, Isabelle Huppert, Pamela Anderson). Tra l’altro, non ha tutti i torti la direttrice a dare spazio alle nuove leve e ai nomi meno conosciuti. Spesso i cartelloni dei festival si riempiono di maestri che portano film minori o esausti, togliendo spazio all’innovazione e alla sperimentazione. Non che Cannes si sottragga a queste logiche, ma lascia che le sezioni collaterali adempiano a questo compito, senza farle diventare discariche. Qui vengono alla ribalta nomi che spesso fanno strada. Per esempio, Alice Rohrwacher che dalla Quinzaine des réalisateurs con Corpo celeste (2011) è poi approdata al concorso (Le meraviglie, 2014, Lazzaro felice, 2018, La chimera 2023). Ma alla Berlinale, che con quest’anno conta 76 edizioni, il cinema, salvo due o tre eccezioni, non c’è stato. O per lo meno il grande cinema. Questo significa che per guidare un festival importante ci vuole un figura stimata dai registi che gli affidano volentieri la propria creatura. Le rassegne cinematografiche si cannibalizzano l’una con l’altra e i registi privilegiano spesso quelle con il mercato più attivo, ovvero Cannes, anche se Venezia non ha nulla da invidiare alla Croisette. Il direttore della Mostra del Lido, Alberto Barbera, ha ottimi rapporti con Hollywood e indovina i titoli che approdano poi agli Oscar, riuscendo a convincere le star a far la traversata oceanica per il tapis rouge, nonostante la prossimità del festival di Toronto, il cui mercato serve tutto il nord America. In questi ultimi anni Berlino sembra, invece, essere uscito da qualsiasi binario. Qualcuno incolpa il Covid, che lo ha fatto fermare un anno, qualcuno lo strapotere delle piattaforme: chi si oppone a ospitare in rassegna i film prodotti da queste ultime rischia di prendersi le briciole. È vero, ma non sufficiente ad affondare una rassegna. L’attuale Berlinale ha abdicato, per dirne una, alla sua funzione di sentinella dei Balcani e dell’Est Europa, che ha sempre avuto anche per predisposizione geografica. Il segreto di Esma di Jasmila Žbanić vinse nel 2006 quando le polveri della guerra nell’ex Iugoslavia erano ancora nel cielo. Qui Jafar Panahi ha guadagnato l’Orso d’oro con il suo clandestino Taxi Teheran nel 2015. La Turchia ha sempre infarinato il programma, anche con tedeschi immigrati di seconda generazione, vedi Fatih Akin, Orso d’oro nel 2004 con La sposa turca.Loading…I film di quest’anno alla BerlinaleLa Turchia, in verità, ha aperto la competizione con Lettere gialle, quelle che ti invia il regime quando ti deve mandare a riposo. La parabola di una coppia di artisti schiacciata dalla censura del regime non ha però la forza del precedente di İlker Çatak, La sala professori, sempre sui rapporti di potere. Sulla questione curda c’era Kurtuluş di Emin Alper, tra azione e telenovela con fantasmi e predizioni. Mah! Le pellicole migliori sono arrivate da terreni che Tuttle sa coltivare. Già autrice della programmazione del The London Lesbian and Gay Film Festival, ha avuto un canale privilegiato per opere che hanno uno sguardo sulla tutela dei diritti, come À voix basse di Leyla Bouzid sulla repressione dell’omosessualità in Tunisia, ben costruito e recitato. Tuttle ha innervato la programmazione con film che hanno donne protagoniste. Il film inaugurale, fuori concorso, No good men, è stato speciale per la regista e interprete, Shahrbanoo Sadat, iraniana cresciuta in Afghanistan, che racconta Kabul dal punto di vista femminile nel 2021 prima dell’insediamento dei talebani. Mentre un solo film era fuori dall’ordinario, Rose, di Markus Schleinzer, con Sandra Hüller, su una donna che indossa i pantaloni nella Germania del 1600. Interessante anche Queen at sea di Lance Hammer sull’incapacità di una figlia, Juliette Binoche, di capire l’amore da vecchi (per citare un bel libro di Vivian Lamarque). In At the sea di Kornél Mundruczó a colpire è stata la recitazione di Amy Adams, nelle imperfezioni di una crisi distruttiva di mezza età. Da americana, la direttrice ha un buon occhio sul rispetto delle minoranze. Uno dei film più applauditi è stato Wolfram di Warwick Thornton, western australiano con rivincita degli aborigeni grazie a un manipolo di cinesi cercatori d’oro. Bizzarro ma pieno di dolcezza. Per il resto, è stato un campo minato di sequestri di persona davanti allo schermo. Solo per nominarne alcuni, il reality all’africana Dao di Alan Gomis, l’horror Nightborn di Hanna Bergholm con giovane sposa fecondata dalla foresta, My wife cries di Angela Schanelec, fassbinderiano/brechtiano (ma per favore).Le polemiche politicheSi è capito che il “potere di acquisto” di un direttore di un grande festival risiede nell’autorevolezza, nel talento di attrarre, nell’abilità a gestire le polemiche, cosa che la direttrice americana non ha saputo fare. L’anno scorso ci fu un gran bailamme per le dichiarazioni pro palestina di alcuni ospiti alla cerimonia di premiazione, poco gradite dal governo tedesco, che ha una sensibilità diversa sulla questione per ovvie ragioni storiche. Così, quando quest’anno Wim Wenders, presidente della giuria, ha chiesto di far parlare il cinema e non la politica Arundathy Roy ha annullato la sua partecipazione. Kaouther ben Hania, regista de La voce di Hind Rajab, ha rifiutato il premio Cinema for peace, mentre oltre 90 autori, tra cui Ken Loach, Tilda Swinton e Javier Bardem, hanno firmato una lettera indirizzata all’organizzazione contro il silenzio imposto su Gaza. Le rassegne cinematografiche sono una prova d’arte e di politica, vanno maneggiate con cura anche perché, tra lustrini e polemiche, spingono un’industria concreta. E, parlando di casa nostra, oltre alle persone, la certezza sul tax credit può fare la differenza.© RIPRODUZIONE RISERVATA

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