Il 20 febbraio 2026 è arrivata una decisione clamorosa: la Corte Suprema degli Stati Uniti ha dichiarato illegittima gran parte dei dazi introdotti da Trump. Nel mirino dei giudici c’erano soprattutto le tariffe imposte sfruttando l’IEEPA, una legge del 1977 pensata per gestire emergenze economiche internazionali. Secondo la Corte, l’espressione “regolare le importazioni”, contenuta nella legge IEEPA del 1977, non autorizza il presidente a imporre dazi. Tra le altre cose, i giudici hanno osservato che anche in altre leggi federali il termine “regolare” non comprende il potere di tassare. Lo sottolinea Julian Marx, analista presso Flossbach von Storch.
La necessità aguzza l’ingegno: i nuovi dazi USA tramite la Section 122 del 1974
Il governo americano – spiega l’analista – non si è lasciato impressionare dalla sentenza. Visto che la legge IEEPA del 1977 non era adatta ai piani tariffari di Trump, i suoi uomini sono semplicemente tornati ancora più indietro nei libri di storia. La soluzione, almeno temporanea, è stata la Section 122 del Trade Act del 1974. Questa norma consente al governo statunitense di applicare, per un periodo massimo di 150 giorni, dazi fino al 15%. Così, l’attuale regime tariffario sembrava garantito fino al 24 luglio 2026.
Ma ancora una volta si pone la domanda: questi nuovi dazi sono davvero legittimi? In una recente sentenza del 7 maggio, il Tribunale statunitense per il commercio internazionale, li ha dichiarati illegittimi. Secondo i giudici, i “fondamentali problemi della bilancia dei pagamenti internazionali” invocati da Trump non erano stati dimostrati in modo sufficiente. In origine, la Section 122 era stata pensata proprio per stabilizzare problemi legati alla bilancia dei pagamenti. La sua logica rifletteva l’epoca dei cambi fissi. Ma quando, nel 1973, gli Stati Uniti passarono ai cambi flessibili, la necessità di dazi legati alla bilancia dei pagamenti venne in gran parte meno.
Eppure la Section 122 è rimasta lì: una possibilità dormiente, ma ancora disponibile sul piano giuridico, per introdurre supplementi doganali temporanei e generalizzati senza dover dimostrare pratiche commerciali sleali o minacce alla sicurezza nazionale. È stato Trump il primo a utilizzare questa norma per introdurre ampi dazi sulle importazioni. Ed è probabile che presenti ricorso contro la recente sentenza del tribunale commerciale.
La coda di rischi che ne deriva: rischi miliardari per imprese e bilancio pubblico
Nell’introdurre nuovi dazi, l’amministrazione statunitense mostra senza dubbio una notevole dose di inventiva. Ma questi sviluppi non avvengono senza attriti. Anzi. Già all’inizio di marzo più di 2.000 aziende avevano fatto causa, chiedendo la restituzione dei dazi IEEPA riscossi indebitamente. Secondo le stime, tra 130 e 175 miliardi di dollari potrebbero tornare agli importatori americani. I dazi di Trump, quindi, non comportano soltanto un enorme (e inutile) carico amministrativo per imprese e governo. Nei dodici mesi tra aprile 2025 – il 2 aprile Trump aveva annunciato per la prima volta dazi generalizzati – e marzo 2026, il governo federale americano ha incassato circa 330 miliardi di dollari da entrate doganali. Ma circa la metà di questa somma potrebbe svanire retroattivamente. Rispetto a una spesa pubblica annua di oltre 7.000 miliardi di dollari, le entrate da dazi restano quindi solo una goccia nel mare. Non proprio un buon “deal”, se si considerano i costi per i consumatori americani e l’incertezza che ne deriva.
Il labirinto dei dazi USA verso UE, Cina e altri partner commerciali
Anche perché, nonostante – o forse proprio a causa – dei tanti annunci tariffari, è sempre più difficile mantenere una visione d’insieme. Mentre i dazi IEEPA sono stati dichiarati illegittimi e sostituiti, almeno temporaneamente, dai controversi dazi della Section 122, esistono allo stesso tempo molte altre regole doganali. Ci sono i dazi della Section 232, basati sul Trade Expansion Act del 1962, che riguardano la sicurezza nazionale. Si applicano a diversi prodotti industriali, come acciaio, alluminio e componenti per auto. Molto noti sono anche i dazi della Section 301 del Trade Act del 1974, pensati per contrastare pratiche commerciali scorrette e rivolti soprattutto contro le merci cinesi. Ciò che a prima vista può sembrare dotato di una certa logica, nella pratica quotidiana appare spesso estremamente caotico. Perché l’eccezione diventa la regola, e la regola cambia a intervalli ravvicinati, o quantomeno se ne minaccia il cambiamento. Tutto questo rende difficilissima qualsiasi pianificazione.
Nuove minacce tariffarie contro Europa e partner internazionali
Per esempio, a gennaio Trump ha minacciato alcuni Paesi europei con nuovi dazi nel contesto delle sue fantasie di annessione della Groenlandia, anche se appena l’estate precedente era stato siglato un nuovo accordo commerciale con l’Unione Europea. Sempre quest’anno, il presidente americano ha minacciato tutti i partner commerciali dell’Iran con dazi aggiuntivi del 25%. E all’inizio di aprile la Casa Bianca ha approvato una nuova regolamentazione sui dazi Section 232 relativi ad acciaio e alluminio. Secondo queste nuove regole, i prodotti lavorati che contengono almeno il 15% di metallo sono ora soggetti a un dazio uniforme del 25%. I prodotti con una quota metallica inferiore al 15%, invece, non rientrano più nei dazi Section 232. Per le merci Section 232 prodotte fuori dagli Stati Uniti ma realizzate con acciaio, alluminio o rame di origine americana, si applica invece un dazio ridotto del 10%. Per impianti industriali ad alta intensità metallica e attrezzature destinate alle reti elettriche è previsto, fino al 2027, un dazio speciale del 15%. E questo è solo un piccolo estratto del labirinto tariffario.
Le difficoltà pratiche per le imprese esportatrici europee
Non è solo la rapidità con cui cambiano i dazi a creare problemi alle aziende. Per quanto riguarda i dazi Section 301 contro la Cina, per esempio, conta l’origine commerciale del prodotto, non il Paese da cui viene spedito. Di conseguenza, anche merci di origine cinese esportate dall’Unione Europea possono continuare a essere soggette a questi dazi. Per le imprese esportatrici restano quindi grandi difficoltà pratiche: elevati obblighi di documentazione sull’origine delle merci, problemi nel procurarsi i cosiddetti “mill test certificates”, che attestano la provenienza dei materiali metallici, e possibili sovrapposizioni tra diversi strumenti tariffari. Può ritenersi fortunato chi, almeno per il momento, beneficia di eccezioni: per esempio su determinati prodotti elettronici, minerali critici o merci provenienti dall’USMCA, l’accordo commerciale tra Stati Uniti, Canada e Messico. Quanto siano durature queste eccezioni, però, è difficile prevederlo.
Gli Stati Uniti inaspriscono i conflitti commerciali con Canada UE e i partner globali
Il Canada è di nuovo ai ferri corti con gli Stati Uniti. Washington ha infatti avviato ampie indagini Section 301 per concorrenza sleale contro numerosi paesi. In altre parole, dopo il venir meno dei dazi IEEPA, gli Stati Uniti stanno già cercando attivamente nuove strade giuridiche, prima che i dazi temporanei della Section 122 scadano, al più tardi, a luglio. E così il copione si ripete. Il nuovo regime tariffario di Donald Trump diventa, mese dopo mese, sempre più “senza tempo”. Il mercato sembra ormai essersi abituato a una scarsa prevedibilità nel commercio di beni con gli Stati Uniti. La durata media delle decisioni tariffarie di Trump – o anche solo delle sue minacce – spesso è di pochi mesi, se non meno.
Anche una panoramica abbreviata basta a mostrare il caos creato dal presidente americano. Ma ogni giorno in cui Trump crede di fare politica doganale in nome della “giustizia”, trasforma sempre di più l’agenzia statunitense delle dogane e della protezione delle frontiere in uno dei più grandi mostri burocratici del nostro tempo. Una cosa, con un sorriso, si può concedere a Trump: viste le sue radici tedesche, una certa inclinazione alla burocrazia forse non sorprende del tutto.


