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Inflazione al 2,9% e guerra in Iran, perdiamo 1.500 euro a testa: le stime

di Redazione Corriere Politico
28/04/2026
in Economia Italiana
Inflazione al 2,9% e guerra in Iran, perdiamo 1.500 euro a testa: le stime

L’inflazione ci costerà cara. Per il 2026 la stima è del 2,9%, per un prelievo di oltre 1.500 euro a lavoratore. Il segretario della Cgil Christian Ferrari, prendendo parola in Parlamento sul Documento di finanza pubblica, ha messo in guardia su questo scenario. Chiede misure a sostegno di lavoratori e pensionati.
La stima punta in alto, ma il ritmo di crescita dei prezzi lascia intendere che non è poi un panorama troppo lontano dalla realtà. A marzo 2026, per esempio, l’Istat ha registrato una risalita dei prezzi energetici e l’accelerazione dei prezzi alimentari per un valore totale di +1,7% (in crescita rispetto al +1,5% di febbraio). Anche Confindustria è intervenuta sul Dfp e avverte che, se anche la guerra all’Iran finisse oggi, comunque l’impatto varrebbe 0,1-0,3 punti percentuali di mancata crescita. In caso di conflitto prolungato, secondo il direttore del Centro Studi di Confindustria, Alessandro Fontana, ci ritroveremmo di fronte alla più grave crisi energetica della storia.

Inflazione in rialzo: 1500 euro in perdita
Lunedì 27 aprile ci sono state le audizioni alle commissioni bilancio di Camera e Senato sul Documento di finanza pubblica (Dfp). Sono intervenuti Confindustria, Confesercenti, Confprofessioni, Consulenti del lavoro, Anci, Upi, Cisl, Uil e Cgil. Il segretario confederale di quest’ultima, Christian Ferrari, ha allertato i presenti sull’ipotesi dell’inflazione al 2,9%.
Ferrari cita le previsioni del Governo stesso:
Con una crescita dei prezzi al 2,9% un lavoratore con un imponibile fiscale da 35mila euro subirebbe nel 2026 un ulteriore prelievo di oltre 1.500 euro.
Seguendo il calcolo sulle stime degli aumenti, per un pensionato con un assegno da 1.000 euro il costo del Fisco aumenterebbe di 370 euro.
È un tema caro alla Cgil. Per questo Ferrari torna a chiedere di
neutralizzare il drenaggio fiscale attraverso l’indicizzazione automatica di tutta la struttura dell’Irpef all’inflazione.
Che cos’è il “fiscal drag”?
Fiscal drag, letteralmente “drenaggio fiscale”, indica una situazione nella quale aumenta la pressione fiscale sul reddito a causa dell’inflazione.
L’Irpef è un’imposta progressiva, quindi più si guadagna, più è alta l’aliquota. Un aumento dello stipendio che si adegua all’inflazione potrebbe spingere il lavoratore o il pensionato in uno scaglione fiscale più alto. L’aumento dell’assegno però non corrisponde direttamente all’aumento del potere d’acquisto reale. Anzi, potrebbe persino abbassarsi.
Per questo Ferrari chiede di “neutralizzare” il fiscal drag indicizzando automaticamente la struttura Irpef all’inflazione. Se l’inflazione dovesse salire al 2,9%, anche la soglia degli scaglioni Irpef potrebbe aumentare ed evitare il “drenaggio”.
L’aumento dell’inflazione è inevitabile?
Il Centro Studi di Confindustria spiega in audizione che se la guerra dovesse proseguire fino alla fine dell’anno, ci troveremmo di fronte
alla più grave crisi energetica della storia con impatti sistemici.
Anche solo la chiusura parziale dello Stretto di Hormuz permette un’autonomia a livello globale limitata. Secondo le stime, con chiusura parziale o totale, l’autonomia sarebbe di circa 6-11 mesi e 2 sono già trascorsi.
Il direttore del Centro studi, Alessandro Fontana, ha dichiarato che
se la guerra arrivasse fino a giugno rischiamo di avere un aumento dei costi di circa 7 miliardi, se arrivasse fino a fine anno arriviamo quasi al 7,6% di incidenza, con un aumento di quasi 21 miliardi.
Prezzi al consumo in aumento
L’Istat ha confermato che nel mese di marzo 2026 l’indice nazionale dei prezzi al consumo ha registrato una variazione del +0,5% su base mensile e del +1,7% su base annua.
L’aumento dell’inflazione è dovuto principalmente alla risalita del prezzo dell’energia, del prezzo del gas e del prezzo degli alimentari.
Aumentano:

i beni alimentari, per la cura della casa e della persona (da +2,0% a +2,2%);
i prodotti ad alta frequenza d’acquisto (da +1,9% a +3,1%);
i prezzi energetici regolamentati (+8,5%) e non regolamentati (+5,0%);
gli alimenti non lavorati (+0,7%);
i servizi relativi ai trasporti (+0,5%).

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