Ascolta la versione audio dell’articoloQuando, in una città come Roma si parla di mura, si potrebbe iniziare considerandole come una forma mentale, oltre che un oggetto storico, perché lì, le stesse, non delimitano soltanto lo spazio, ma producono tempo di ieri e di oggi, unendolo insieme. Camminando lungo il tratto che ospita il Museo delle Mura, la pietra sembra funzionare come una superficie di accumulo, un archivio minerale in cui la città ha depositato secoli di difesa, di attraversamenti e pause. Non sorprende allora che proprio qui trovi collocazione Gravity of the Wall, la personale di Amir Zainorin, curata da Camilla Boemio: non una mostra “sulle” mura, ma una mostra che nasce dalla loro grammatica. Le mura romane hanno una qualità particolare: non sono rovine romantiche né monumenti celebrativi. Sono strutture funzionali sopravvissute al proprio scopo, macchine difensive diventate paesaggio urbano. Questa ambiguità – tra protezione e obsolescenza, tra permanenza e perdita di funzione – costituisce il vero terreno su cui interviene Zainorin.Gravity of the Wall, la personale di Amir ZainorinUna diversa misura del tempoIl suo lavoro non tenta di competere con la monumentalità, né di commentarla in modo didascalico, ma introduce una diversa misura del tempo che è lenta e fragile, quasi organica. All’ingresso di una torre, la carta fatta a mano di The Weight of Lightness si stende come un deposito silenzioso. Deriva da atlanti dismessi, mappe private della loro autorità descrittiva con superfici cartacee che non raccontano territori, ma la fine della loro certezza. È un gesto sottile, pensiamo subito, quasi archeologico, che sostituisce alla precisione della mappa la tattilità del materiale. Il suono, poi, agisce come un secondo strato di percezione con tamburi costruiti con legno e pellicole radiografiche che non evocano folklore né ritualità esotiche, ma funzionano come strumenti di risonanza, capaci di restituire al corpo del visitatore la propria presenza nello spazio. L’architettura, da quelle parti, non ha bisogno di spiegazioni e il museo diventa una cassa armonica. Zainorin lavora spesso per slittamenti minimi.Loading…Gli stivali di Boot-edGli stivali di Boot-ed, consunti e quasi dimessi, sono oggetti che trattengono il gesto del camminare quando il movimento è ormai assente. Allo stesso modo, le colonne fasciate del camminamento non trasformano le mura in scenografia contemporanea, ma introducono una variazione percettiva, come se la pietra fosse improvvisamente diventata epidermide. Il punto più interessante della mostra non coincide con una singola opera, ma con il modo in cui il percorso costringe il visitatore a ricalibrare la propria postura. Ed è qui che la curatela di Boemio lavora per sottrazione, evitando l’effetto installativo spettacolare e costruendo invece una sequenza di pause, soglie e rallentamenti. In questo senso Gravity of the Wall riesce in un’operazione rara nelle sedi storiche romane, perché non utilizza il luogo come fondale prestigioso, né lo neutralizza con un linguaggio contemporaneo autoreferenziale, ma lo tratta come interlocutore.Gravity of the Wall, la personale di Amir ZainorinLe mura restano ciò che sono – massa, peso e continuità – ma diventano anche uno strumento ottico attraverso cui osservare la precarietà dei materiali, dei corpi e delle mappe. Uscendo sul tratto scoperto, dove la città torna visibile oltre i merli, si ha l’impressione che la mostra non abbia aggiunto nulla al museo e, al tempo stesso, ne abbia modificato la temperatura. È forse questo il risultato più riuscito dell’intervento: aver trasformato una struttura difensiva in un luogo di percezione lenta, dove la pietra non domina lo sguardo ma lo trattiene, obbligandolo a sostare.Museo delle Mura – Gravity of the Wall, la personale di Amir Zainorin, Roma, fino al 12 aprile


