In Sibyl (2020), nato dal progetto teatrale Waiting for the Sibyl, il linguaggio perde ogni pretesa di stabilità. La figura della Sibilla non rappresenta soltanto il destino, ma l’impossibilità di una parola definitiva. Le parole appaiono e si dissolvono seguendo un ritmo musicale, suggerendo che il significato non possa mai fissarsi definitivamente. In Fugitive Words (2024) questa riflessione si radicalizza: il linguaggio diventa materia visiva, un lessico mobile composto da appunti, frammenti e intuizioni che attraversano l’opera come una partitura aperta. Con Mayakovsky Diorama (2025), infine, Kentridge torna a interrogare il rapporto tra avanguardia artistica e utopia politica, utilizzando il teatro d’ombre e il diorama per riflettere sull’eredità delle grandi narrazioni rivoluzionarie del Novecento, in una evocazione visuale che trae ispirazione fra gli altri dalle suggestioni di Georges Meliès.Persino Medicine Chest (2001), apparentemente più intima, si inserisce in questa stessa ricerca. La proiezione sullo sportello trasparente di un armadietto farmaceutico trasforma un oggetto quotidiano in una scena mentale nella quale identità, memoria e percezione si moltiplicano senza trovare mai un equilibrio definitivo. Anche qui la rappresentazione viene sostituita da un processo di continua trasformazione.Le sculture di Paper Procession (2023), disseminate nei giardini e sulle terrazze di Villa Rufolo, ampliano ulteriormente questa dimensione teatrale. Le silhouette sembrano uscire direttamente dai fogli disegnati per abitare il paesaggio, trasformando il Mediterraneo in un grande palcoscenico naturale dove luce, vento e movimento del visitatore diventano parte integrante dell’opera. La scena si estende oltre l’architettura, coinvolgendo il paesaggio stesso.Questa concezione del teatro colloca Kentridge in una posizione centrale all’interno della riflessione contemporanea sulla scena. Il suo lavoro dialoga infatti con ciò che Hans-Thies Lehmann ha definito teatro postdrammatico: una forma teatrale nella quale non è più la narrazione a organizzare la scena, ma la relazione dinamica tra immagini, suoni, corpi e tempi differenti. Lo spettatore non è chiamato a seguire una trama lineare, bensì ad attraversare un campo percettivo nel quale ogni elemento contribuisce alla costruzione del senso.È proprio in questa esperienza dello sguardo che emerge anche una consonanza con il pensiero di Jacques Rancière. L’arte, sostiene il filosofo francese, è politica non quando trasmette un messaggio ideologico, ma quando modifica la “partizione del sensibile”, cioè il modo in cui vediamo, ascoltiamo e organizziamo l’esperienza del mondo. Le opere di Kentridge non illustrano la storia dell’apartheid, del colonialismo o della violenza politica; trasformano piuttosto il modo in cui tali vicende possono essere percepite. Attraverso il montaggio, la cancellatura, la sovrapposizione e il ritmo, l’artista costruisce immagini che rendono visibili le fratture della memoria e le contraddizioni della storia.


