Il punto messo a fuoco è cruciale: la crisi dell’informazione – secondo la tesi del libro – non è solo questione di piattaforme o di tecnologia, ma di metodo. «Rispetto alla crisi, dunque, è probabilmente da interpellare, più che il dove (cioè il mezzo, il medium), soprattutto il come (cioè il metodo)» .Il cuore del ragionamento è la “notiziabilità”, cioè la facoltà di selezionare e gerarchizzare i fatti. Nel mondo raccontato da “Superluna”, questa facoltà appare spesso guidata più dal clamore che dall’interesse pubblico. Si privilegia ciò che ha immagini, ciò che si presta al racconto veloce, ciò che genera reazioni. Si trascurano, invece, i temi meno spettacolari ma più strutturali.La descrizione del lavoro redazionale è, in questo senso, uno degli elementi più riusciti. Tempi stretti, catena gerarchica, scrittura rapida, dipendenza da agenzie e comunicati: il giornalista rischia di diventare un esecutore. Una dinamica che il libro non denuncia con toni moralistici, ma ricostruisce nei suoi passaggi quotidiani.Non manca una riflessione sul contesto più ampio: la pressione dei social, la serialità dei contenuti, l’ingresso dell’intelligenza artificiale come strumento di produzione. Tutti elementi che contribuiscono a rafforzare una logica già presente.Eppure, dentro questo quadro, resta una tensione. Belardelli insiste su un’idea diversa: un giornalismo capace di creare distanza critica, di parlare a cittadini e non a follower, di restituire complessità. È una posizione che il libro non mitizza, ma che utilizza come controcanto.

