Ascolta la versione audio dell’articoloL’Orcolat è un orco che vive nelle grotte del monte San Simeone in Carnia: normalmente dorme, ma quando si sveglia e si muove le case si schiantano a terra. L’Orcolat ne ha combinata una grossa cinquant’anni fa, quando il 6 maggio 1976 fece scivolare due paesi, Venzone e Gemona, appoggiati sulle colline moreniche nella fascia collinare a nord di Udine, sbriciolando case in un centinaio di altri comuni e provocando 990 vittime. In quell’anno di irrequietudine si fece sentire ancora l’11 e il 15 settembre. Che la si voglia pensare così, o come un movimento di placche, adriatica ed europea, le tre scosse hanno avuto rispettivamente una magnitudo di 6.4, 5.9 e 6 nella scala Richter, pari al decimo e nono grado della scala Mercalli.Interviste e materiale documentarioOrcolat, il film documentario scritto e diretto da Federico Savonitto, ricostruisce fatti e conseguenze del terremoto del ’76 con audiovisivi dell’epoca e testimonianze di artisti e protagonisti della ricostruzione, andando oltre la retorica del rimboccarsi le maniche senza perdere tempo e delle poche lacrime versate in favore di un lavorio costante (cose, per altro, vere). Chi scrive conserva il primo ricordo della sua vita a tre anni e mezzo a Cividale del Friuli: la corsa pazza per le scale per scendere in piazza, la grappa offerta a tutti dal barista, la notte in una tendopoli a Manzano, i sei mesi passati sulla riviera adriatica.Loading…La voce pacata e calda di Bruno PizzulSentire nel documentario cucire fatti e testimonianze dalla voce calda e pacata di Bruno Pizzul, di cui il 5 marzo ricorreva un anno dalla morte, è una carezza. Pizzul per anni è stato uno dei pochi volti conosciuti del Friuli, una terra così marginale che anche Papa Paolo VI, all’indomani della prima terribile scossa, rivolgeva all’Angelus un pensiero al Frìuli con l’accento sulla i e non sulla u, come vuole la pronuncia di chi lo abita.Prima gli sportivi poi gli artistiIl telecronista sportivo ha rappresentato, insieme agli altrettanto amati Dino Zoff e Fabio Capello – ospiti del documentario – quelli che sono i pregi con cui il friulano ama identificarsi: rigore, serietà, pudore, laboriosità (naturalmente, nel friulano vi sono anche tanti difetti, tra cui un iniziale muro di durezza, sospetto e orgoglio separatista antistorico). Manca solo Enzo Bearzot, scomparso nel 201o. A lungo il friulano è uscito dai confini solo come sportivo: una delle voci del film è anche la fondista olimpica Manuela Di Centa. Oggi bisognerebbe aggiungere la biatleta Lisa Vittozzi. Nel tempo – oltre a Pasolini, che è nato, però, a Bologna –, sono spuntate anche voci artistiche che Savonitto fa parlare, come gli scrittori Paolo Rumiz e Tullio Avoledo, e Davide Toffolo, autore dei disegni (assieme a Elia Risato, anche montatore del film) e delle musiche del documentario con i Tre allegri ragazzi morti e Lorenzo Commisso. Elisa ha poi donato la sua struggente Luce (Tramonti a Nord-Est).La vena di ribellismoQueste personalità – assieme a tecnici, sismologi, architetti –, hanno messo in luce nei friulani la capacità di un gioco di squadra e una vena di ribellismo che sconfessano la leggenda che li vuole un popolo di sotàns, sottani, che non alza mai la testa nei confronti dei sorestànts, chi sta sopra, categorie contemplate anche da Ippolito Nievo. Un atteggiamento imparato a forza di dominazioni: longobardi, celti, romani, franchi, austriaci, napoleonici… Ma grazie al documentario torna in mente che, a parte la Resistenza diffusa e coraggiosa e a livello nazionale poco celebrata, ci furono i moti risorgimentali guidati da Francesco Dall’Ongaro, che dirigeva la «Favilla» su cui scriveva anche la verista Caterina Percoto. Pasolini descrisse ne Il sogno di una cosa (Garzanti) le lotte dei contadini per far rispettare il Lodo De Gasperi per una più equa distribuzione delle terre.


