(di Lucia Magi)
Ryan Murphy è inarrestabile. A
novembre è arrivata per Hulu ‘All’s Fair’, la serie con Kim
Kardashian massacrata dalla critica e ferma al 6% su Rotten
Tomatoes. A gennaio l’horror fantascientifico ‘The Beauty’ è
stato accolto da recensioni contrastanti e non confermato per la
seconda stagione. ‘Love Story’, su JFK Jr. e Carolyn Bessette si
è trasformato in un piccolo fenomeno e ha vinto un Emmy per il
casting, mentre non ha lasciato il segno il recente adattamento
del romanzo di Bret Easton Ellis, ‘Schegge’, sempre per FX (in
Italia su Disney+). Ora, il produttore più prolifico di
Hollywood torna con la quarta stagione di ‘Monster’ appena
approdata (dal 17 settembre) su Netflix.
Dopo Jeffrey Dahmer, i fratelli Menéndez ed Ed Gein,
l’antologia true crime creata con Ian Brennan ricostruisce la
vicenda di Lizzie Borden. Nel 1892, a Fall River, in
Massachusetts, Andrew Borden e la seconda moglie Abby furono
massacrati a colpi d’ascia nella loro casa. Del duplice omicidio
fu accusata la figlia di Andrew, Lizzie, poi assolta perché la
giuria considerò che una donna non potesse compiere una mattanza
simile.
“Anche se fosse stata condannata, continueremmo a non sapere
che cosa è successo davvero”, riflette Brennan in conferenza
stampa. “Comunque la si pensi sulla sua colpevolezza, lì c’è una
storia. Può essere basata sui fatti, ma non sapremo mai fino in
fondo come si sono svolti. Quando fai una serie come questa devi
studiare ciò che esiste negli atti e poi assumerti la
responsabilità, come autore e creatore, di prendere una
decisione. Per me era molto semplice: è stata lei. E da lì siamo
partiti”.
Il caso è diventato parte della mitologia americana,
ricostruito per oltre un secolo da libri, podcast, documentari,
serie e film, tra cui ‘Lizzie Borden Took an Ax’ con Christina
Ricci. Fu anche uno dei primi grandi casi di true crime a cui si
appassionò la stampa nazionale, facendo affiorare tensioni di
classe e discriminazioni di genere tipiche dell’epoca. Ha
senz’altro gli ingredienti del più intricato dei gialli di
Agatha Christie: un crimine efferato, poche prove solide, una
casa misteriosa e un numero limitato di sospettati.
“Questa è la nostra interpretazione di Lizzie Borden –
spiega il regista e produttore esecutivo Max Winkler – Tutti
conoscono le filastrocche su di lei, ma di rado si esplora chi
fosse e che vita avesse. Era un essere umano, con qualità e
difetti: Ian e Ryan sanno raccontarlo molto bene”.
A interpretarla è Ella Beatty, 26 anni, figlia d’arte di
Warren Beatty e Annette Bening. Quando Murphy l’ha chiamata, era
“terrorizzata”. “Mi chiedevo: come cammina questa giovane? Come
ascolta? Come respira? Come sogna? Ho fatto tutto lasciando
affiorare la mia paura”, confessa nello stesso incontro con i
giornalisti.
Le due vittime, che tanto innocenti non appaiono, sono
Rebecca Hall nel ruolo della matrigna, preda di manie e sadismi,
e Charlie Hunnam in quello del padre, autoritario, distante e
feroce, che torna a lavorare con la squadra di ‘Monster’ dopo
aver interpretato il tormentato serial killer Ed Gein nella
stagione precedente. Vicky Krieps (‘Il filo nascosto’ di Paul
Thomas Anderson) interpreta invece la governante Bridget
Sullivan, indipendente e insofferente alle convenzioni,
costruisce con Lizzie una rapporto che sembra metterla sulla
strada dell’omicidio.
La stagione intreccia anche i casi di altre due donne
assassine, Aileen Wuornos (Sarah Paulson sullo schermo) ed
Elisabetta Báthory. “Tre donne, tre epoche lontanissime. Il filo
che le unisce è la repressione sociale – considera Brennan –
Sono intrappolate in gabbie di ingiustizia e discriminazioni,
con una rabbia così palpabile da far paura. Finisci per entrare
in relazione con tutte e tre, indipendentemente da ciò che
fanno. È stata una vera rivelazione”.
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