Ascolta la versione audio dell’articoloLe gerarchie le smonta con ago e filo, con le luminarie che trasformano una frase in destino, con la coreografia di centinaia di persone che da comparse diventano protagoniste. La filosofia di Marinella Senatore parte da un presupposto semplice e radicale: l’arte non come vertice ma come orizzonte condiviso. Gli ultimi salgono sul palco, entrano nelle sue sculture luminose, abitano parole che si accendono e prendono vita non come spettatori, ma come motore dell’opera.Da più di vent’anni l’artista nata a Cava dei Tirreni, ma adottata da Roma, costruisce comunità temporanee attraverso parate, video, performance e ricami monumentali. Il suo lessico tiene insieme teatro, musica, cinema e pedagogia.Loading…School of Narrative DanceNel 2012 ha fondato la School of Narrative Dance, una scuola libera da gerarchie in cui l’apprendimento diventa scambio e autoformazione. Un metodo aperto, non accademico, pensato per generare competenze, ma soprattutto relazioni. Una pratica che si è nutrita di carceri, centri antiviolenza, quartieri periferici e luoghi dove l’arte raramente mette radici dove invece, nel suo lavoro, trova terreno fertile.Teatro della CometaPer il foyer del Teatro della Cometa a Roma, Senatore ha immaginato un dispositivo capace di dialogare con la storia del luogo. Il progetto, intitolato The Theatre of the Commons e curato da Paola Ugolini, nasce da un lavoro nell’archivio del teatro tra scenografie, frammenti di una memoria che non resta polvere ma diventa materia viva e paesaggi che – ci dice – «sono il mio rifugio». L’artista li attraversa e li traduce in una serie di stendardi ricamati a mano, realizzati con gli atelier della Chanakya School of Craft, eccellenza tessile di Mumbai con cui lavora da anni. I banner sostituiscono i tendaggi, occupano le pareti, ribaltano la percezione del foyer, «uno spazio di passaggio – gratuito – che si trasforma in piazza, in un luogo di incontro, in una festa possibile», precisa. «Il termine commons – aggiunge – richiama i beni condivisi, le pratiche collettive, ma anche la dimensione antica del gonfalone portato in processione, segno identitario e racconto pubblico. Ogni stendardo funziona come una micro-scenografia in cui il paesaggio diventa elemento fondante della comunità e il ricamo assume una forza iconografica inattesa».(Foto Nocera Ivan)Più di tutto mi ricordo il futuro, recita una delle frasi che attraversano il suo lavoro, un orientamento e un orientare con le parole più che un mero ornamento. «Dopo la pandemia – spiega – il bisogno di bellezza si è fatto più urgente, quasi fisico e le mie opere, sospese tra festa popolare e installazione contemporanea, intercettano quella necessità. La bellezza, nel mio vocabolario, non è evasione, ma energia condivisa».


